Come nasce Scarpèt-à-porter
Questa è una storia iniziata secoli fa nelle montagne del Friuli, con una ciabattina di velluto che le ragazze erano solite portare in dote il giorno di nozze. Lo scarpèt è da sempre un gioiello di quella tradizione artigianale friulana maestra nel creare il bello con i materiali più poveri e quotidiani: dallo spago utilizzato per le cuciture a mano ai vecchi copertoni di bicicletta con cui rafforzare le suole, piccoli saggi di quella filosofia del riciclare oggi tanto di moda.
È stata questa storia made
in Friuli ante litteram, che affonda le sue radici indietro nel tempo, ad affascinare un'autentica signora della calzatura: Deda
Meriggi ha cominciato infatti a collezionare scarpèt
antichi nel 1986 per festeggiare il mezzo secolo di vita della Calzoleria
Lombarda di Udine, la sofisticata boutique dedicata alle scarpe e agli accessori in
pelle ereditata dai genitori.
Un po' per gioco, un po' per scommessa, Deda pensa di riproporre le friulane
alle sue clienti, ma in una veste aggiornata alle esigenze della vita di città.
Ed ecco comparire nelle vetrine della Calzoleria Lombarda i primi Scarpèt-à-porter:
si tratta solo di pochi, semplici modelli, di velluto nero e bordeaux. Poi,
visto il successo dell'iniziativa, Deda si mette a reinventare le fogge, ad
alleggerire le suole, a cercare tessuti e decori nuovi.
L'ispirazione giunge
spesso dall'oriente. Così, accanto alle friulane basic in panno e velluto,
ormai un classico per lui e per lei, nascono sabot e pantofoline da Mille e
una notte, realizzate con i damaschi sontuosi della Cina, le ricche passamanerie
dell'India, i ricami preziosi della Venezia bizantina. Una sintesi di lusso
informale e comfort etnico-metropolitano, firmata Scarpèt-à-porter.